Donne e Madonne

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Donne e Madonne. La Ghiara di Reggio Emilia, una basilica al femminile

Dopo un anno ricco di eventi volti a celebrare il quarto centenario della traslazione dell’immagine della Madonna della Ghiara dal muro di cinta del convento dei Servi di Maria alla Basilica a lei dedicata, è importante rivolgere lo sguardo al magnifico Santuario che la custodisce. Un nuovo sistema di illuminazione permette di ammirare tutto il valore delle raffigurazioni che pervadono le superfici murarie. La basilica della Ghiara è un grande libro femminista dedicato a eroine belle, forti, coraggiose. Per apprezzare pienamente gli affreschi realizzati dai massimi artisti del Seicento emiliano è giusto conoscere le loro storie. Ne proponiamo due, legate tra loro.

Alessandro Tiarini

La prima è messa in scena nella volta dell’altare maggiore da uno dei massimi esponenti del Seicento emiliano, Alessandro Tiarini. Al centro vediamo una giovane donna, graziosa e ispirata, seduta sotto una palma (sub palma sedens). Gli alberi sono edifici naturali che nei luoghi desertici incutono molto rispetto. Per esigenze di composizione pittorica, il Tiarini ha aggiunto un sontuoso drappo rosso. La donna è il giudice Debora, che oltre a dirimere vertenze, ad un certo punto si è messa a profetare, cioè a parlare in nome di Dio. I gesti sono eloquenti: “Barak! Guarda i nemici! Muoviti, vai ad affrontarli! Distruggili!”
Benché armato di tutto punto, con scimitarra, elmo e picca, il generale Barak accampa evidentemente delle scuse, mostra stanchezza e sfiducia.  In primo piano a sinistra, la gente mormora. Indica la profetessa, fa commenti o racconta l’antefatto, che sarebbe il seguente: i Moabiti, con l’aiuto di altri popoli, avevano conquistato Gerico, la città delle palme, e per diciotto anni Israele aveva patito la schiavitù. Poi Israele aveva gridato al Signore, che in risposta invia il liberatore Eud, della tribù di Beniamino. Una specie di superman che ha sconfitto seicento filistei con un pungolo da buoi. La libertà conquistata da Eud era durata un tempo lunghissimo: ottanta anni. Poi il popolo ha ricominciato a peccare e via daccapo: tutta la Bibbia è intessuta di delitti e castighi. Dio aveva quindi lasciato cadere il suo popolo nelle mani del re di Canaan.
A quel punto
Debora, profetessa e giudice, convoca Barak: “Il Signore vuole che tu marci sul monte Tabor. Prendi con te diecimila soldati. Io attirerò verso te l’esercito di Sisara, generale di Canaan, con carri e cavalli e li metterò in mano tua”.  Il generale non amava gli ordini del tipo “armiamoci e partite”. Rispose perciò a Debora: “Se vieni anche tu con me, andrò. Se non vieni, non andrò”. Come se si trattasse di una gita! Per la sua esitazione Debora gli garantì solennemente la vittoria, ma anche la punizione: “Non sarà tua la gloria. Dio metterà Sisara nelle mani di una donna”. Così avvenne, ma qui il fatto non è mostrato.

Luca da Reggio

La seconda puntata è illustrata da Luca da Reggio nell’ottagono centrale del braccio sud (sopra l’altare della città dove campeggia la Crocefissione del Guercino).  I nemici sconfitti si sono dati alla fuga. Sisara, sceso dal suo carro, è scappato a piedi ed è andato a chiedere asilo alla tenda di Giaele, moglie di Eber il Kenita. Con lui c’è un rapporto di pace, se non di amicizia. La donna, melliflua, lo aveva trattato bene, dandogli da bere del latte. Intanto il generale israeliano Barak, che abbiamo visto nell’opera del Tiarini a colloquio con Debora, aveva costretto i nemici alla fuga inseguendoli. Toccava a lui costringere alla resa il generale nemico. Ed ecco invece che il suo bel cavallo bianco s’impenna davanti a una scena atroce. La “maschia” Giaele (così la definì il Manzoni), era arrivata prima di lui, e aveva conficcato un grosso cavicchio nel capo di Sisara, che ora giace a terra a braccia aperte, arreso alla morte inaspettata. La donna è discinta, coi seni in bella vista. Brandisce ancora la mazza micidiale, che si staglia contro il cielo, perché è dal cielo che è venuta la forza. Il generale ucciso proditoriamente è avvenente, elegante, con calzari d’oro e manto rosso. La donna l’aveva accolto e blandito con modi amichevoli; gli aveva dato un po’ di latte da bere e l’aveva nascosto sotto una coperta. Lui s’era raccomandato: “Se qualcuno viene a chiederti se qui c’è un uomo, dirai che non c’è nessuno”. Si fidava, perché la beduina Giaele e suo marito Eber appartenevano a una tribù tradizionalmente ostile agli ebrei. (I nemici dei miei nemici sono miei amici). Secondo qualcuno, “ebreo” verrebbe proprio da questo Eber e dal fatto che seguì per volere di Dio. Raccolto tutto il suo coraggio, la donna aveva conficcato nella testa del generale un paletto da tenda. Guai a sbagliare il colpo! L’episodio ricorda un po’ quello di Giuditta e Oloferne, raffigurato da Lionello Spada nel braccio opposto della basilica. In più c’è il tradimento dell’ospite e l’atto di fede (non scontato) nel popolo di Israele, che la beduina non solo vede come il vincitore, ma addirittura come il Bene. E comunque: Debora non aveva profetato che la vittoria sul nemico sarebbe stata di una donna? Così doveva essere. Barack occupa il centro della scena, ma non è contento.  Nella Bibbia c’è un cantico che dice: “Sorsi io, Debora/ come madre in Israele…” E in un altro passo: “Benedetta la moglie di Eber/ ai piedi di lei si contorse…”

Dal libro di Ivanna Rossi Donne e Madonne. La Ghiara di Reggio Emilia, una basilica la femminile, Consulta&Progetti, 2017

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