Dama, dame

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Negli ultimi anni abbiamo avuto la possibilità di osservare da vicino la condizione delle donne in altre culture, ormai vicinissime anche fisicamente alla nostra; e ci siamo chiesti da dove vengano disparità – a volte plateali – nel rispetto, nella considerazione, nell’importanza del ruolo femminile. C’è una risposta tanto semplice, quanto tremendamente sbagliata: “siamo superiori”. La realtà, invece, è che abbiamo alle spalle secoli in cui la figura femminile si è guadagnata spazi sempre più larghi, a dispetto di teorie misogine e atteggiamenti maschilisti ben testimoniati anche qui da noi.
Per quanto possa sembrare singolare, anche la storia dell’arte ci offre esempi in questo senso; uno di essi è il Ritratto di giovane donna di Correggio (circa 1520), che abbiamo potuto recentemente vedere – in prestito dall’Ermitage di San Pietroburgo – nella mostra ai Chiostri di San Pietro a Reggio Emilia. Accanto a quest’opera – nei decenni precedenti e in quelli seguenti – potremmo idealmente collocare un certo numero di ritratti femminili di artisti celebri e meno celebri.

Qualche anno prima del ritratto dell’Ermitage, ad esempio, Raffaello dipinge la cosiddetta Velata, oggi a Firenze (Galleria Palatina). Tiziano, all’incirca negli stessi anni, dipinge la cosiddetta Violante e il Ritratto di una ragazza in veste nera, opere entrambe a Vienna (Kunsthistorisches Museum).  Sempre in area veneta, e sempre nel secondo decennio del Cinquecento, Palma il Vecchio ritrae La Bella – altro nome convenzionale – oggi a Madrid.

Come accade per il caso del quadro di Correggio, anche per questi dipinti – si è visto – non è possibile dare un nome alle donne ritratte. Ogni tanto, invece, gli studiosi ci riescono: ricca di ornamenti, la donna ritratta attorno al 1520 da Lorenzo Lotto in un quadro all’Accademia Carrara di Bergamo, si chiamava Lucina Brembati.
Tutte queste donne, e tante altre in ritratti di epoche posteriori, non sono (come troppo spesso si sente dire) delle modelle; non sono, cioè, ragazze chiamate occasionalmente per assecondare l’“ispirazione” del pittore. Sono donne che hanno pagato l’artista per ottenere il proprio ritratto, desiderose di lasciare un’immagine di sé, orgogliose del proprio aspetto, della propria condizione sociale, eventualmente del proprio potere. Quest’ultimo aspetto è particolarmente evidente nel ritratto di Correggio: comunque si voglia interpretare la scritta sulla tazza metallica (certamente un riferimento all’Odissea di Omero), la ragazza dell’Ermitage ci tiene a far sapere a chi ammirava il dipinto quanto fosse interessata al mondo della parola e della letteratura.

Claudio Franzoni,
curatore della mostra “Ritratto di Giovane Donna” del Correggio

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